venerdì 21 luglio 2017

Cappelli di paglia




Il cappello di paglia, rispetto agli altri tipi di cappello, presenta una storia a sé. Utilizzato da tempi immemorabili dalle popolazioni rurali, contadini e gente di campagna, per difendersi dal sole durante il lavoro. Nel XIX secolo il cappello di paglia inizia ad essere di moda, sia per gli uomini che per le donne. I principali luoghi di produzione di cappelli di paglia furono la Svizzera, e Firenze in Italia.





Il cappello di paglia di Firenze, conosciuto anche sotto il nome inglese Leghorn (il nome inglese della città di Livorno), è un prodotto dalla tradizione plurisecolare originario di Signa in Toscana.
Si tratta di un cappello di paglia caratterizzato da 40 giri di trecce cucite, ciascuna composta di 13 fili. In origine, la paglia utilizzata proveniva principalmente dal grano gentil rosso, triticum aestivum poi, a partire dal XVIII secolo, dal grano triticum vulgare Host (nelle varietà semone e marzuolo), apprezzato per la sua finezza e la luminosità del colore. Le forme che il cappello può avere sono numerose e seguono le tendenze della moda, come il fioretto (grande e rotondo col bordo largo) o il capote (a tronco di cono).





Oggi il cappello di paglia è una ricercatezza, relegato ad un uso saltuario e soprattutto della stagione estiva. Riscoperto da alcune firme dell'alta moda italiana, però, questo elegante accessorio da qualche tempo è comparso di nuovo sulla testa di turisti e non solo, prendendosi finalmente la sua rivincita. 

Io non porto cappelli, che mi stanno malissimo, però mi piacerebbe molto e uno me lo sono fatto da sola, insieme ad una borsa, sempre di paglia.


Ne andavo parecchio orgogliosa, anche se si è trattato solo di cucire dei fiori su un nastro, finchè la mia amica di fb Daniela Ladiè non ha cominciato a condividere le immagini dell'atelier di Giusy Bresciani, di Milano. Allora ho capito che non c'è storia e che è meglio che ognuno di noi faccia quello che sa fare e lasci perdere il resto. Questi sono i cappelli di Giusy:































giovedì 20 luglio 2017

Una bella notizia

Leggo qui: http://www.ilmessaggero.it/societa/piaceri/cina_citta_foresta_made_in_italy-2523528.html

Cina, nasce la prima città foresta: il progetto è Made in Italy



Per la prima volta in Cina e nel mondo, un insediamento urbano di nuova generazione. A Liuzhou partono infatti i lavori del Master Plan di Stefano Boeri Architetti per una città che combatte l’inquinamento atmosferico. La Città Foresta, commissionata dal Liuzhou Municipality Urban Planning, sarà terminata entro il 2020, ci saranno uffici, case, alberghi, ospedali, scuole, interamente ricoperti di alberi e piante. Una volta ultimata, la nuova città di 30.000 abitanti sarà in grado ogni anno di assorbire circa 10.000 tonnellate di CO2 e 57 tonnellate di polveri sottili e di produrre circa 900 tonnellate di ossigeno.






Liuzhou Forest City sarà costruita a nord di Liuzhou, nella provincia meridionale e montuosa dello Guangxi, in un’area di circa 175 ettari lungo il fiume Liujiang. La nuova città verde, che sarà totalmente cablata, sarà collegata alla città di Liuzhou da una linea ferroviaria veloce, utilizzata da automobili a motore elettrico e sarà destinata ad ospitare zone residenziali di diversa natura e spazi commerciali e ricettivi, oltre a due scuole e un ospedale.

Liuzhou Forest City disporrà di tutte le caratteristiche di un insediamento urbano pienamente autosufficiente dal punto di vista energetico, a partire dalla geotermia per il condizionamento degli interni e dall’uso diffuso dei pannelli solari sui tetti per la captazione delle energie rinnovabili.
Ma la grande novità del progetto di Stefano Boeri Architetti è la presenza di piante e alberi su tutti gli edifici, di qualunque dimensione e destinazione siano. Nel complesso Liuzhou Forest City ospiterà 40.000 alberi e circa 1 milione di piante di più di 100 specie,  spazi vitali per gli uccelli, gli insetti e i piccoli animali che abitano il territorio di Liuzhou.


La città come è adesso:





già mi sembra bella...diventerà bellissima!

mercoledì 19 luglio 2017

Mr. Corn Flakes

Quando nel 1963 mi capitò per la prima volta di trascorrere alcune settimane in Inghilterra per una vacanza-studio, sapevo che avrei dovuto affrontare molti cambiamenti rispetto alla mia vita di tutti i giorni. Infatti avrei dovuto prendere confidenza non solo con la lingua, impresa non da poco, ma anche con una nuova moneta, nuovi mezzi di trasporto, e ovviamente nuovo cibo.
Non so quanto siano cambiate le consuetudini alimentari negli ultimi cinquant'anni dall'altra parte della Manica, ma allora l'approccio con il cibo era tato piuttosto traumatico : a colazione al posto del tazzone di caffelatte c'erano uova al tegamino e pancetta affumicata, a pranzo altro che spaghetti al pomodoro...tramezzini con prosciutto (sigh!!), cetrioli e lattuga, e a cena un blocco di carne legnosa da rendere appetibile con salse piccantissime e magari con contorno di pompelmo.


Una cosa però avevo conosciuto ed imparato ad apprezzare in quell'estate lontana: i corn flakes, immersi nel latte freddo e spolverati abbondantemente  di zucchero, tanto che ancora oggi, soprattutto quando il caldo si fa sentire, a colazione metto da parte teiera e biscotti e mi godo una bella razione di corn flakes, quelli classici, nella scatola grande di cartone con impressa la figura del gallo. I Kellogg's of course...




Solo recentemente mi è venuta la curiosità di conoscere la storia di questo marchio, così "antico" e così conosciuto in tutto il mondo e devo dire che dietro all'arzillo galletto c'è una storia niente affatto banale, la storia di Mr.John Harvey Kellogg e dei suoi corn flakes.






La storia dei corn flakes inizia nel tardo XIX secolo quando un gruppo di Avventisti del settimo giorno iniziò a sviluppare un nuovo cibo che rispettasse le regole della loro severa dieta vegetariana. I membri di questo gruppo sperimentarono diversi cereali tra cui grano, riso, avena e, ovviamente, il mais, e alla fine trovarono ciò che faceva al caso.

Nel 1894 il dottor J.H.Kellogg, sovrintendente di un sanatorio di Battle Creek, nel Michigan, e avventista, inserì questa ricetta nella dieta vegetariana imposta ai suoi pazienti, che escludeva anche alcolici, tabacco e caffeina. Ma facciamo un passo indietro...
J.H.Kellogg era nato il 26 febbraio 1852 in una comunità rurale all'interno del Michigan. Era il secondogenito nato dal secondo matrimonio del padre con una domestica  della casa. Durante il suo primo anno d'età, i suoi genitori si unirono al movimento Avventista del Settimo Giorno e per questo, dopo aver venduto la fattoria, si trasferirono a Battle Creek, la roccaforte dell'Avventismo mondiale, dove aprirono una fabbrica di scope.

I genitori, a causa del loro credo religioso, ritenevano che fosse inutile far studiare i figli, vista la venuta imminente del Signore, ma il piccolo John Harvey dopo solo poche settimane di scuola a 9 anni diventa un lettore instancabile e un paio d'anni più tardi smette di lavorare per il padre nella fabbrica di scope  e si fa assumere prima come garzone, poi addetto alle pulizie, poi tipografo nella casa editrice della Chiesa Avventista.



Il leader del movimento, James Springer White, e la moglie Ellen  con il passare del tempo si rendono conto delle potenzialità di questo ragazzo, della sua energia, delle sue capacità organizzative, della sua mente acuta e curiosa, e decidono di avviarlo verso la scuola medica.

Dopo la laurea in medicina conseguita nel 1875, Kellogg completa la sua formazione in Europa, frequentando i corsi dei luminari dell'epoca e studiandone le varie teorie mediche.

Inoltre , avendo frequentato fin da studente la redazione della rivista avventista Wealth Reformer, Kellegg ne diviene con il tempo redattore capo , diffondendo con successo  le sue particolari teorie in campo medico.








Ma ritorniamo ora alla dieta vegetariana tanto cara al dr Kellogg e all'invenzione dei corn flakes. Beh, forse non ci crederete, ma di fatto nacquero in seguito a un errore!!

In qualità di sovrintendente del sanatorio di Battle Crick il dr. Kellogg imponeva ai pazienti una dieta composta solo da cibi insipidi, perché essendo un sostenitore dell'astinenza sessuale, riteneva che i cibi dolci o piccanti potessero aumentare le passioni.

Un giorno il dr. Kellog ed il fratello Will lasciarono alcuni semi di grano cotto a raffreddare, mentre si occupavano di altre faccende.
Quando ritornarono, videro che il grano era diventato raffermo, ma avendo un budget limitato  non potevano concedersi il lusso di buttarlo, perciò continuarono a lavorarlo appiattendolo con dei rulli, sperando di ottenere lunghe sfoglie d'impasto. Con loro sorpresa invece ottennero dei flakes , dei fiocchi, che tostarono e servirono ai loro pazienti. Era il maggio del 1894. Un mese dopo il prodotto veniva brevettato con il nome di Granose.



I fiocchi di grano serviti con il latte divennero presto un cibo popolare tra i pazienti, tanto che i  fratelli incominciarono a sperimentare la ricetta con altri cereali.

Nel 1906 Will Keith Kellogg decise di lanciare il prodotto sul mercato, fondando una propria azienda ,la Kellogg's, ma l'aggiunta di zucchero nei fiocchi per renderne il sapore più gradevole, causò una tremenda lite tra i fratelli, che continuò praticamente per tutta la vita.

Il successo dei prodotti Kellog's è noto a tutti e il marchio ancora oggi  è inconfondibile.




Un'ultima curiosità a proposito delle teorie del nostro dr. Kellogg. Nel 1879 sposò Ella Eaton, ma convinto che il sesso portasse malattie, soprattutto negli uomini, condusse con determinazione la sua vita come quella di un celibe. Infatti i due, benché sposati, non dormirono mai nella stessa camera da letto. Per questo non ebbero figli naturali, ma 42 bambini adottivi.

martedì 18 luglio 2017

Gioconda Belli




Gioconda Belli (Managua, 9 dicembre 1948) è una poetessa, giornalista e scrittrice nicaraguense.
Ha al suo attivo quattro libri di narrativa, nei quali vengono esplorati alcuni temi ricorrenti, come le vicissitudini politiche del suo paese e la lotta sandinista, il femminismo e l'emancipazione della donna, il rapporto tra l'America precolombiana e il Sudamerica attuale, e un certo livello di misticismo. È anche autrice di diverse raccolte di poesie, caratterizzate da una poetica sensuale e femminile.








Quando giungerò alla vecchiaia
- se ci giungerò -
mi guarderò allo specchio
e conterò le rughe
delicata orografia
nella mia pelle distesa.
Quando potrò contare i segni
che han lasciato le lacrime
e le ansie -
e il mio corpo risponderà con lentezza ai miei desideri,
quando vedrò la mia vita
scorrere in vene azzurre, -
in profonde occhiaie,
e scioglierò i miei capelli bianchi
per andare a dormire presto
- come si deve -
quando verranno i nipotini
a sedersi sulle mie ginocchia
fiaccate dal passare di molti inverni,
so che il mio cuore manderà ancora
- ribelle – il suo ticchettio -
e i dubbi e i vasti orizzonti
saluteranno ancora
le mie mattine.









Sempre questa sensazione d’inquietudine
di attesa d’altro.
oggi sono le farfalle e domani sarà la
tristezza inspiegabile.
La noia o l’ansia sfrenata
di rassettare questa o quella la stanza,
di cucire, andare qua e là a fare commissioni,
e intanto cerco di tappare l’Universo con un dito,
creare la mia felicità con
ingredienti da ricetta di cucina,
succhiandomi le dita di tanto in tanto,
di tanto in tanto sentendo che mai potrò essere sazia,
che sono un barile senza fondo,
sapendo che “non mi adeguerò mai”,
ma cercando assurdamente di adeguarmi
mentre il mio corpo e la mia mente si aprono,
si dilatano come pori infiniti
in cui si annida una donna che avrebbe
voluto essere uccello, mare , stella,
ventre profondo che dà alla luce Universi
splendenti stelle nove…
e continuo a far scoppiare Palomitas nel cervello
bianchi bioccoli di cotone,
raffiche di poesie che mi colpiscono
tutto il giorno e
mi fanno desiderare di gonfiarmi come un
pallone per contenere
il Mondo, la Natura, per assorbire tutto e stare
ovunque, vivendo mille e una vita differente…
ma devo ricordarmi che sono qui e che
continuerò
ad anelare, ad affermare frammenti di chiarore,
a cucirmi un vestito di sole,
di luna, il vestito verde color del tempo
con il quale ho sognato di vivere
un giorno su Venere.





Non si sceglie il paese dove si nasce;
ma si ama il paese dove si è nati.

Non si sceglie il tempo per venire al mondo
ma bisogna lasciare un segno nel proprio tempo.

Nessuno può sfuggire alle proprie responsabilità.
Nessuno può tapparsi gli occhi, le orecchie,
tacere e tagliarsi le mani.

Tutti abbiamo un dovere d’amore da compiere,
una storia da realizzare
una meta da raggiungere.

Non scegliamo il momento per venire al mondo:
adesso possiamo fare il mondo
in cui nascerà e crescerà il seme che abbiamo portato con noi.






Oggi vorrei
che le tue dita
scrivessero
favole sui miei capelli
e
vorrei baci
sulla spalla
coccole
che mi dicessi
le più grandi verità
o
le più grandi menzogne
che mi dicessi per esempio
che sono la donna più bella del mondo
che mi ami tanto
cose così semplici
banali,
che seguissi il profilo del mio viso
che indugiassi a guardarmi negli occhi
come se la vita intera dipendesse
dal loro sorriso
che solleva tutti i gabbiani fra la spuma.
Così vorrei che percorressi il mio corpo
sentiero alberato e fragrante,
come tu fossi la prima pioggia dell’inverno
che si lascia cadere adagio
e poi va scrosciando.
Desidero cose
come
una grande onda di tenerezza
che mi travolga
un suono di conchiglia
un branco di pesci nella bocca
qualcosa così
fragile e nudo
come
un fiore in procinto di affidarsi
alla prima luce del mattino
o
semplicemente
un seme
un albero
un po’ d’erba
una carezza
che mi faccia dimenticare
lo scorrere del tempo
la guerra
il pericolo della morte.

lunedì 17 luglio 2017

Il traghetto di Leonardo

Domenica estiva, bel tempo, non troppo caldo. Terza del mese, il mercatino delle pulci è a Imbersago, in Brianza. Imbersago è un bellissimo paese, immerso nel verde delle colline, punteggiato da ville antiche nascoste in giardini immensi e da villette moderne ben tenute, piene di fiori e bagnata dal fiume Adda, che in questo punto scorre placido e verde. La gita è molto rilassante, non si può fare a meno di respirare un'aria che sembra più pulita che altrove e che è veramente rigenerante.
Per arrivarci dobbiamo attraversare l'Adda sul ponte San Michele.



Il ponte, opera dell’ingegnere svizzero Jules Röthlisberger, è lungo 266 metri e alto 85. Lo si attraversa su due livelli: sotto c’è la ferrovia, a binario unico. Sopra la strada, a senso unico alternato e affiancata da due marciapiedi. Il ponte ha 130 anni e, come struttura, è paragonabile alla tour Eiffel. Il suo impatto visivo non è da meno!




La gita in macchina è molto piacevole.












Dopo un giretto infruttuoso nel pur interessante mercatino, decidiamo di tornare in terra bergamasca passando da Villa d'Adda, altro paese verdeggiante, fiorito e piacevole da guardare passando. 







Dobbiamo, però, attraversare il fiume. Cosa c'è di meglio che il traghetto di Leonardo?
Questo traghetto è una fedele riproduzione di quello progettato da Leonardo da Vinci, che sfruttando la legge del parallelogramma, aveva pensato alla possibilità di costruire dei traghetti mossi non da energia umana o animale, ma dalla sola corrente del fiume in causa. L'imbarcazione con due scafi, che può trasportare fino a quattro automobili, è assicurata a un cavo teso tra le due sponde, ed è azionata da un solo uomo, il quale muove il timone così da sfruttare la forza della corrente del fiume.


Non si sa con precisione se il suo inventore sia davvero stato il grande Leonardo da Vinci. Sicuramente, il talentuoso fiorentino studiò il corso del fiume per diversi anni, nel periodo che trascorse a servizio del signore di Milano Ludovico il Moro; e, altrettanto sicuramente, disegnò un traghetto identico a quello attuale in occasione del suo soggiorno a Vaprio d’Adda presso il conte Girolamo Melzi, negli anni 1506 e 1507. Il progetto originale, datato 1513, è presente nel codice Windsor ed è scrupolosamente conservato nella Biblioteca reale dell’omonimo castello in Inghilterra.
Il primo modello dell’imbarcazione risale comunque a prima del Cinquecento. Negli anni successivi si aggiunsero, sempre sul corso dell’Adda, ben quattro traghetti identici.









 Il principio di funzionamento del traghetto è molto semplice: la corrente dell’acqua esercita pressione su un grande timone direzionale che, posto tra i due scafi, consente di ruotare l’imbarcazione a 45 gradi, per evitare che il traghetto segua la corrente fluviale. La spinta lungo il corso del fiume è inoltre contrastata mediante una fune d’acciaio tesa tra le due sponde.